MIO PADRE NELL’INFERNO DI CEFALONIA

Mercoledì 8 giugno 2011, presso la Scuola secondaria di primo grado di Cisano Bergamasco, Bergamo, si terrà un incontro con gli studenti ai quali verrà presentata la vicenda di Battista Alborghetti, superstite del massacro di Cefalonia (1943). L’incontro avviene a pochi giorni dalla comunicazione ufficiale, da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del conferimento a Battista Alborghetti della “Medaglia d’Onore” istituita per i cittadini italiani, civili e militari, deportati ed internati nei lager nazisti; Battista venne imprigionato e segregato nel lager di Argostoli (Cefalonia, Grecia). Ecco, al riguardo, una testimonianza raccolta dal figlio Roberto. 

 NELL’INFERNO DI CEFALONIA

di Battista Alborghetti – Testimonianza raccolta dal figlio Roberto.

  Un incubo. Questo è, ancora oggi per me, Cefalonia. Io fui in quell’inferno dal novembre 1942 al novembre del 1944, insieme agli altri 11.600 italiani. Dopo l’8 settembre 1943 – a seguito del nostro rifiuto di arrendersi ai tedeschi – ne vennero trucidati 10.500. Un massacro spaventoso, che ancora oggi porto negli occhi e nella mente. Io, Battista Alborghetti, classe 1923, di Ambivere (Bg), ne sono un sopravvissuto. Tante le immagini che si affollano nel ricordare quei terribili giorni di terrore. Storie di guerra e di morte, scritte nel sangue di tanti giovani che inseguivano, e non è retorica, il sogno di un’Italia migliore. Avevo diciannove anni quando venni assegnato alla Divisione Acqui, nel 33° Reparto Artiglieria, Primo Gruppo, Seconda Batteria, mandato sul fronte greco-albanese, già sotto l’occupazione degli alleati tedeschi. E’ l’armistizio proclamato da Badoglio a cambiare i nostri destini. I tedeschi pretendono la resa e non offrono garanzie sufficienti sul rimpatrio delle truppe. Viene indetta – fatto senza precedenti – una consultazione tra i reparti: si decide di non cedere le armi. E davvero si scatena l’apocalisse.

Nelle prime ore di battaglia vedo morire i miei compagni di batteria: due bresciani ed un toscano. Cadono vicino a me. E nell’esplosione di un’altra granata anch’io vengo colpito alla gamba sinistra da una scheggia. La Divisione Acqui – povera di mezzi – è annientata. Chi non soccombe nei combattimenti diventa preda della Wehrmacht, che rastrella l’isola palmo a palmo. Sfuggo alla cattura in un paio di occasioni, nascondendomi tra i muli e riparando all’interno di condutture d’acqua tra le sterpaglie, ma il 21 settembre sono fatto prigioniero. Gli ufficiali e i sottufficiali, oltre 300, sono catturati e trasferiti in quella che, tristemente, è ora nota come la “casa rossa”, a San Teodoro. Contro ogni principio del “diritto di guerra”, vengono fucilati quattro alla volta, nell’arco di 36 ore. I cadaveri, appesantiti con rotoli di filo spinato, sono poi gettati in mare, cosparsi di benzina e bruciati nei falò, la cui luce sinistra illuminava le notti dell’isola, lasciando nell’aria un odore ripugnante di sangue.

I miei compagni vennero caricati su camion e portati chissà dove: non li vidi più. Come il sottotenente Giampietro Matteri, di Dongo, ventidue anni, passato per le armi il 24 settembre. Come il sottotenente Pillepich, di Trieste: ricordo il terrore nei suoi occhi quando insieme ad undici compagni venne portato in un piccolo avallamento. Dopo qualche minuto si udirono sventagliate di mitragliatrice, seguite da lamenti di dolore, urla, invocazioni. E poi altri spari, quelli dei colpi di grazia… Al campo di concentramento ci trattavano peggio delle bestie. Al mattino ci radunavano e ci proponevano la possibilità di rientrare in Italia. Ma mi dicevo: se vogliono farmi fuori, preferisco che lo facciano qui. Ora conosciamo il destino cui andavano incontro coloro che accettavano quella proposta. Venivano fucilati o imbarcati sui piroscafi, facile bersaglio degli Stukas o delle mine vaganti. Così accadde al mio compaesano, Ferdinando Mangili. Salì a bordo di una di quelle navi, stracariche di soldati che non vedevano l’ora di approdare in Italia. Venne affondata al largo e le onde del mare restituirono alla riva i cadaveri… I tedeschi mi obbligavano a seppellire i morti, in giro per l’isola. Con il cappellano padre Luigi Ghilardini, ricomponevamo le salme o quel che era rimasto di corpi straziati dai proiettili e dai colpi di artiglieria e poi divorati dai corvi e dagli avvoltoi.

Un giorno i nazisti ci prelevarono improvvisamente e ci portarono nella piazza di Lixuri, dove erano schierati tredici greci accusati di essere partigiani. Li impiccarono sotto i nostri occhi. Accadde che ad uno di quei poveretti si ruppe la corda. Il ragazzo precipitò a terra, ancora vivo. I tedeschi lo fecero rialzare e tornarono ad appenderlo all’albero… Se in quel momento mi avessero dato una coltellata, non mi sarebbe uscita nemmeno una goccia di sangue, tanto ero sconvolto. Nell’ottobre del ‘44, i tedeschi, richiamati su fronti più decisivi, abbandonarono Cefalonia. Restammo sull’isola per quasi un mese, come dimenticati. Scrutavamo l’orizzonte del mare, in attesa di vedere una nave che ci venisse a prelevare, aiutandoci a scrivere la parola fine a questa storia. Finalmente il 13 novembre, giungono in porto la Garibaldi e l’Artigliere. Ci imbarcano per Taranto, ma per il ritorno a casa dovrò aspettare ancora più di sei mesi. La guerra mi aveva tolto tutto. Ma non la gioia di essere riuscito a portarmi a casa la pelle, oltre che l’impossibilità di dimenticare Cefalonia, i morti, lo sterminio, la ferocia.

Nessuna medaglia, nessuna indennità, perfino nessuna scusa ufficiale da parte dello Stato tedesco – scuse sempre negate, ma mai richieste ufficialmente dall’Italia – potranno mai risarcire ciò che è stato tolto a migliaia di giovani, a migliaia di famiglie. Anche a me, oltre all’orrore, rimane la forza di ripetere che tutto ciò non possa più avvenire. Mai più.