DUE PAGINE DE “L’ECO DI BERGAMO” RACCONTANO LE “LACER/AZIONI” DI ROBERTO ALBORGHETTI

Lo so: due pagine che parlano di te, su un quotidiano, non sono cosa di tutti i giorni. Soprattutto poi quando si riferiscono all’arte ed alla cultura. Comunque, è capitato a me. L’Eco di Bergamo – il quotidiano locale più diffuso in Italia – ha scritto di me e delle mie “Lacer/azioni” dedicandomi appunto due pagine. L’articolo è firmato da Diego Colombo, che mi ha intervistato a lungo ed ha brillantemente riportato e raccontato aspetti e realtà del mio progetto “Lacer/azioni”. Ripropongo qui alcuni passaggi del lungo ed articolato servizio, ringraziando Diego Colombo e L’Eco di Bergamo per l’attenzione che mi è stata dedicata. L’intero servizio può essere letto su L’Eco di Bergamo del 26 ottobre 2011.

  

A NEW YORK LA POP ART DI ALBORGHETTI

di Diego Colombo

 La “città strappata”. Questo il tema delle fotografie del giornalista bergamasco Roberto Alborghetti, un lavoro di ricerca sulla carta della pubblicità in diverse nazioni del mondo. Lui lo spiega così: “Dietro messaggi sbiaditi e stracciati riesce difficile pensare che possa esserci ancora “qualcosa” da vedere o scoprire. Eppure, queste immagini continuano a essere uno specchio della città che comunica e che parla. Sono le tracce e i reperti post-comunicanti di un prodotto, di un evento, di uno spettacolo, di un’idea, elementi visivi nuovi, spesso contrastanti, disarmonici, ma sempre sorprendentemente vitali”.

 Chris Barlow, uno dei più noti storici dell’arte inglesi, ha ospitato Alborghetti in una mostra a Londra, tenutasi in questo mese di ottobre. Con la sua opera sull’11 Settembre è stato invitato a far parte del Memorial & Museum di New York, di cui è stata inaugurata la prima sezione nell’occasione del decennale dell’attacco terroristico. La seconda – di cui farà parte Alborghetti – sarà aperta nell’autunno 2012. “Sono sempre stato affascinato dal mondo della comunicazione – ci spiega Alborghetti – e un tempo sul settimanale diocesano La nostra Domenica curavo una rubrica, “L’occhio e i media”, dove spesso parlavo di pubblicità, anche quella dei cartelloni per le strade. E proprio il direttore di allora, Lino Lazzari,mi ha incoraggiato ad andare avanti con le fotografie, accostando il mio linguaggio all’avanguardia della pop art. Quest’anno mi ha scritto una bellissima scheda critica, che ho tradotto in inglese e messo in Internet”. Scrive Lazzari: “Non conta la materia che viene usata per realizzare un’opera d’arte e per trasmettere positivi messaggi di umanità e’ sufficiente la capacità di servirsi anche di “strappi” di carta colorata per esaltare le caratteristiche di una realtà che si fa immagine sorprendente, suasiva, coinvolgente”. “Io fotografo un rifiuto come il manifesto strappato in attesa di essere coperto da altre affissioni – aggiunge Alborghetti – o che resta come scarto, in particolare nei quartieri più degradati, perché lì trovo le immagini più belle.”

 “A Tunisi, tre anni fa, ho preso fotografie in un mercato arabo – ricorda Alborghetti – dove avevo visto splendide combinazioni di colori sui muri azzurri degli edifici. E che paura ha avuto mia moglie, che mi osservava da lontano, quando sono stato circondato da un gruppo di arabi in atteggiamento non proprio amichevole! Le composizioni più belle si individuano quando la carta resta attaccata per mesi e subisce un processo di osmosi con l’ambiente. Con la pioggia,il sole, lo smog, la carta ha un continuo mutamento, si tira, si rattrappisce. Gli aspetti più inconsueti si scoprono quando l’acqua piovana mescola tutto, lasciando tracce incredibili, e si deve essere pronti a cogliere il momento giusto, perché non è sempre facile…”

 “Negli ultimi quindici anni – continua Alborghetti – ho coordinato diversi progetti sull’uso dei mezzi di comunicazione di massa e sulla lettura dell’immagine, tra cui workshops con allievi e docenti sui messaggi pubblicitari. E’ proprio lì che ho scoperto che la pubblicità ha un valore “post”, cioè anche dopo essere stata un momento di comunicazione. Per la verità, dai manifesti lacerati già dagli anni Cinquanta il pittore Mimmo Rotella prendeva ispirazione. E come lui altri, per esempio il francese Jacques Villeglé. Insomma, non è una novità che il cartellone pubblicitario affascini. Ma io ne ho considerato un altro aspetto: la suggestione dei colori rimasti casualmente quando l’attacchino strappa. Intanto, studiando l’arte contemporanea, ero sedotto dall’astrattismo”.

 In circa sette anni, Alborghetti raccoglie una valanga di foto, conservando trentamila negativi. Arriva la sorpresa: “Iniziando a mostrarle agli amici o durante gli workshops con gli insegnanti, mi sentivo dire che le mie immagini dei manifesti strappati erano belle. Mi hanno spinto a localizzarle, datarle, categorizzarle. Avevo scatti presi in tutto il mondo, dalla Bergamasca a New York e Los Angeles, in tutti i luoghi dove mi porta il mio lavoro di direttore di riviste specialiste nel settore della didattica e dell’educazione e di coordinatore di progetti sull’uso dei media”.

E viene il momento di farsi conoscere. “Ho costruito una quarantina di videoclip con le mie immagini di manifesti strappati tematizzandole per colore – il blu, il rosso, il nero – e conferendo un senso al mio lavoro. Li ho caricati su Internet, in YouTube, MySpace, Facebook… La prima mostra è stata a OrioCenter nel luglio 2010: il direttore del centro commerciale aveva visto le mie fotografie e mi aveva offerto lo spazio, la piazzetta che dà sull’aeroporto di Orio al Serio, per un’esposizione di una trentina di opere sul tema “Aria, acqua, terra e fuoco”. In tre giorni migliaia di persone mi hanno chiesto informazioni, chiarimenti, delucidazioni. In quell’occasione hanno parlato della mia opera i giornali, tra cui L’Eco di Bergamo, e un’agenzia internazionale, la web magazine Un mondo d’italiani

 “Anch’io all’inizio in Italia trovavo molta irrisione, sufficienza. Mi dicevano: “Hai fatto un fotomontaggio”. E poi dovevo sopportare, e ancora oggi, le reazioni della gente quando mi vede fotografare i manifesti strappati. “Lei è matto”, “Io devo passare”. A Milano sono stato anche fermato dalla Volante: stavo fotografando vicino a una caserma di carabinieri, considerata “un obiettivo militare sensibile. “Che cosa sta fotografando?”. “Vi faccio vedere che cosa ho fotografato”. Non credevano. Anche i miei amici mi facevano scherzi, si fingevano galleristi importanti che mi invitavano a delle mostre”. Per la verità anche noi, quando abbiamo vista la prima mail di Roberto Alborghetti, abbiamo pensato a uno scherzo.

Quando ho portato un mio opuscolo in una galleria di Milano, mi hanno guardato come un alieno. Ma all’estero mi hanno fatto capire che il problema non ero io, erano loro. Dobbiamo uscire dalla nostra mente ristretta, ci sta isolando”.

 Inernet regala a Alborghetti una forte visibilità: fin dall’inizio sono migliaia i contatti sul suo sito “LaceR/Azioni” su YouTube e ArtSlant. “Lacerazioni. Ho scelto questo nome perché la mia attività consiste nel leggere le lacerazioni nei manifesti, specchio delle ferite interiori presenti in ognuno di noi”. Di Alborghetti parla The Huffington Post, il prestigioso blog americano per il quale ha scritto anche il presidente Obama. L’articolo è firmato da Srini Pillay, psichiatra di Harvard, ricercatore nel campo del “brain imaging”, autore di bestsellers sulla neuroscienza, di cui in Italia è pubblicato solo un libro, La calma in tasca (editrice Newton Compton).

Pillay resta colpito in particolare dall’opera di Alborghetti dedicata all’11 Settembre, scrivendone un’analisi psicologica: “L’arte è una forma di cura/guarigione i cui effetti possono essere visibili nel cervello. Quando è bella come quella di Roberto Alborghetti, essa ci invita a rivisitare la tragedia del terrorismo, l’orrore della perdita e la bellezza della nostra capacità di recupero attraverso la nostra misteriosa vita”.

La mostra di Londra si deve allo storico dell’arte e gallerista Chris Barlow: “Ha visto in Internet le mie immagini, le ha apprezzate e mi ha invitato ad andare a Londra per tre giorni all’esposizione internazionale “Parallax” con tre opere, quella sull’11 Settembre, “As running fast water” (Come acqua che corre veloce), “I don’t like to stand still” (Non mi piace stare fermo). “Come acqua che corre veloce” è nata a Bergamo, in via XXIV Maggio in un giorno di pioggia e ora c’è chi l’accosta a Monet”.

 “Sono stato contattato da molte persone che avevano visto le mie immagini in Internet – racconta ancora con stupore, ma anche con orgoglio, Alborghetti -: poeti, musicisti, narratori. Tra questi anche Srini Pillay, che sta lavorando a un progetto internazionale sugli stati della coscienza: mi ha mandato una griglia di venti domande su come nascevano le mie opere. Quando ha ricevutole mie risposte, mi ha scritto: “Io sono un columnist di The Huffington Post, ti dedicherò un articolo sull’opera sull’11 Settembre”. Prendendo spunto dal mio racconto sull’origine di quest’immagine, ha iniziato scrivendo: “Roberto Alborghetti stava camminando lungo via Vico a Milano”. Si è vero: ero lì quando ho visto un tabellone elettorale e sono rimasto affascinata dagli strappi lasciati da un attacchino. I colori mi hanno dato subito l’impressione del sangue e del fuoco che scende dall’alto sul grigio del cemento. Quest’anno è il decimo anniversario dell’11 Settembre e ho pensato di dedicare questa immagine alle vittime”.

 Ma non è finita. “Avevo prodotto due anni fa un clip con immagini molto colorate. L’ha visto un musicista americano di hip-hop, Sweet P. Mi scrive: “Io ti do la mia musica, tu fanne un clip”. Ora sta uscendo in America con il suo primo album…” Con la musica c’è un feeling particolare. “Per un complesso americano, Tonic Sol-Fa, che canta a cappella, l’anno scorso ho costruito un video con immagini astratte che mi ricordavano il clima del Natale. Qualche mese fa ho collaborato con un musicista olandese, Jap Jap. E un musicista sperimentale di Brighton, Jonteknik, mi ha mandato una canzone e mi ha scritto: “Combinala con le tue immagini, mi piacciono moltissimo”. Ho collaborato con il progetto musicale americano “Earscapes”, di Joshua Sellers, musicista e poeta dell’Arkansas, che ha realizzato un video di nove minuti con le mie immagini (Linger) e l’ha mandato su YouTube…”

 “Chi mi commenta che solo da un italiano può nascere un’opera come la mia e mi cita il Rinascimento, così come tutta la cultura che abbiamo alle spalle e ci portiamo dentro, mi mette in crisi. Come chi mi accosta a Cy Twombly, a Josef Albers, alla pop art,  e chi dichiara che ho dimostrato che nell’arte nulla si crea e nulla si distrugge. E’ vero: io non sono un pittore, ma parecchi grandi artisti si sono ispirati ai manifesti strappati. Io ne ho la prova. Io non lavoro le immagini, non le altero, come le colgo, le immortalo. La mia opera è una provocazione. Chi vede le mie opere per la prima volta ha l’illusione che siano dei dipinti. Io devo spiegare che non lo sono…

 Le opere di Alborghetti non piacciono soltanto agli artisti. E’ stato chiamato anche da un’azienda, la Bulwark Design di Srs, di Fiorano Modenese, al centro del distretto della ceramica… E poi l’incontro con Bruno Boggia, che fornisce i disegni agli stilisti. Perché il successo di un capo dipende dai designer tessili. Boggia a Como lavora per le più affermate case di moda internazionali. Alborghetti: “Ha prodotto tre sciarpe di seta con le mie immagini, tra cui quella dedicata all’11 Settembre (Alborghetti ha intenzione di donarla a un’associazione di famiglie di caduti nell’attacco, ndr). Tre prototipi, solo per vedere l’effetto che fa il passaggio dalla carta alla seta”. “Ma c’è anche – conclude – un istituto religioso femminile che ha avuto l’idea di prendere una mia immagine come modello per una vetrata sul tema della Passione. Sono gli altri che vedono tutti questi rimandi. Per me è solo un gioco”.

Ma anche una provocazione per i nostri occhi e per la nostra mente.

 

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